Settembre 2026
⭐ LE MIE ORIGINI — I PRIMI 16 ANNI
Testo tratto dal mio libro “Io & Paolo Coelho”, rielaborato in forma originale per il sito
Comiso, 31 gennaio 1945 — L’inizio di tutto
Sono nato a Comiso, in Via Puglie 53, nel pieno del dopoguerra. La Sicilia portava ancora addosso le ferite della guerra, ma conservava una dignità enorme. La mia infanzia è stata un miscuglio di povertà, fantasia, paura, libertà e voglia di crescere. Eravamo bambini del 1950 & dintorni: niente tecnologia, niente protezioni, niente psicologi, niente manuali. Solo strada, pane olio e sale, ginocchia sbucciate, carretti senza freni, e un mondo che non ti teneva per mano.
Gli adulti ci chiamavano picciriddi: quelli che “non possono capire”, quelli che “devono stare zitti”, quelli che “non devono parlare quando parlano i grandi”. Ma noi capivamo tutto: la fame, la fatica, la dignità, la paura del buio, la forza della fantasia. Capivamo che la Sicilia ci voleva bene, ma ci teneva stretti. E capivamo che, per crescere davvero, prima o poi bisognava staccarsi.
La Naca — La mia prima casa
La mia storia comincia nella Naca, la culla siciliana. Una culla semplice, geniale, sicura, senza vernici, senza piombo, senza consumismo. Era il nostro grembo materno fuori dal grembo: il primo mondo, il primo dondolio, la prima fantasia. Le mamme e le nonne di allora erano moderne senza saperlo: la Naca era sostenibile, naturale, perfetta.
L’asilo — Il primo distacco
Il mio primo vero “mondo sociale” è stato l’asilo. Un luogo semplice, essenziale, dove imparavi a stare con gli altri, a condividere, a rispettare i tempi e le regole. Non c’erano psicologi, non c’erano pedagogisti, non c’erano manuali: c’erano le maestre, severe ma affettuose, e c’eravamo noi bambini, tutti diversi ma tutti uguali nella voglia di crescere.
Ma il mio vero asilo era la strada. È stata lei il primo passo fuori dalla Naca, il primo passo verso la vita. La strada mi ha insegnato a stare con gli altri, a cadere e rialzarmi, a capire da solo, a osservare, a inventare, a crescere. Prima ancora delle maestre, prima ancora dei banchi, prima ancora delle regole, è stata la strada a farmi diventare bambino.
La fantasia come salvezza
Da bambino avevo un amico che correva con me quando il sole tramontava e la strada diventava buia. Un amico che non tradiva. L’amicizia ci aiutava a vincere la paura.
Gli adulti non lo vedevano. La guerra aveva tolto loro la fantasia. A noi no. A noi la fantasia salvava la vita.
La voce dei nonni
La mia infanzia è piena di voci: la voce di mia madre, la voce di mio padre, la voce dei miei fratelli, e soprattutto la voce della nanna-cuna, la bisnonna. Lei aveva tasche piene di tutto: pane, origano, pomodori secchi, storie, consigli, saggezza. Ci nutriva la pancia e la mente. Ci insegnava la vita senza libri, senza psicologi, senza manuali.
La scuola elementare — Il mondo si allarga
Le elementari sono state il primo vero confronto con la disciplina. La scuola era severa, dura, autoritaria. Gli interruttori erano troppo alti, i lavandini troppo alti, i campanelli troppo alti: tutto era pensato per gli adulti.
E noi dovevamo conquistarci ogni cosa: la luce, il bagno, il gioco, la strada, la libertà.
Ma la scuola era anche il luogo dove imparavi a leggere, a scrivere, a pensare. Dove scoprivi che il mondo era più grande della tua strada.
Giochi poveri, fantasia ricca
I nostri giochi erano poveri: palloni fatti con la vescica del maiale, carretti di legno, pattini improvvisati, biciclette sgangherate, figurine, campanelli troppo alti da raggiungere. Ma erano giochi ricchi di fantasia. Giochi che ci insegnavano a comunicare, a inventare, a collaborare, a crescere.
La libertà dei bambini del dopoguerra
Noi bambini del 1950 avevamo una libertà che oggi non esiste più: la libertà di sbagliare, di cadere, di rialzarsi, di capire da soli. Avevamo libertà, fallimenti, successi, responsabilità. E imparavamo a gestirli.
Il valore del “no”
Il “no” era un confine. Era una guida. Era un atto d’amore.
Oggi i bambini non conoscono più il valore del “no”. Noi sì. E ci ha fatto crescere.
Pedalino — L’acqua del pozzo
Una parte della mia infanzia è legata a Pedalino: gli zii, i pozzi, l’acqua tirata su con il secchio. Bere dal pozzo era un’avventura: la catena, la carrucola, le dita schiacciate, l’acqua che ti cadeva addosso. E poi c’erano le anguille: quelle che mangiavano le mosche, quelle che finivano nel forno a Natale. Ricordi che oggi sembrano impossibili, ma che allora erano la normalità.
Il pericolo nascosto nella terra
Vicino all’aeroporto di Comiso trovammo una cinghia metallica. Era la cinghia di una mitragliatrice tedesca. E noi, con l’incoscienza dei bambini, smontammo i proiettili, recuperammo la polvere da sparo, costruimmo un ordigno rudimentale.
Il forno esplose. E noi sparimmo per tutta l’estate.
Eravamo bambini. Eravamo incoscienti. Eravamo vivi.
L’Istituto d’Arte — La mia vera nascita creativa
L’ingresso all’Istituto d’Arte di Comiso è stato il momento in cui ho capito chi fossi. Lì ho trovato il mio linguaggio: il disegno, la forma, il colore, la composizione. Lì ho capito che la creatività non era un gioco: era una strada. Una strada che mi avrebbe portato lontano, molto lontano.
L’Istituto d’Arte è stato il ponte tra la mia infanzia e il mio futuro. Il luogo dove la fantasia diventava mestiere. Dove il bambino diventava ragazzo. Dove il ragazzo iniziava a diventare uomo.
⭐ SECONDA PARTE
1960 · 1961 — Il distacco, la promessa, la fuga verso il futuro
I miei fratelli Biagio, Giuseppe e Aldo erano già partiti per Torino. Io rimanevo a Comiso, il più piccolo, quello che per gli adulti era ancora un picciriddu, uno che “non può capire”, uno che “non è pronto”. La mia città mi amava e io amavo lei, ma allo stesso tempo mi stava stretta. Mi soffocava. Mi teneva fermo. Mi diceva, senza dirlo:
“Tu non puoi crescere. Tu non puoi capire. Tu non puoi andare oltre.”
E questo, dentro di me, era un dolore. Un dolore che diventava rabbia. Un dolore che diventava desiderio. Un dolore che diventava fame di futuro.
Gli adulti ci guardavano dall’alto, come se noi ragazzi fossimo un’appendice della loro vita. Per loro eravamo sempre “i piccoli”, quelli che non avevano diritto a pensare, a immaginare, a crescere intellettualmente. Ma io non ci stavo. Sentivo che la mia testa correva più veloce delle strade del paese. E sentivo che mio padre, dentro di sé, era avanti. Molto più avanti degli altri. Solo che aveva paura di perdermi.
Quando i miei fratelli partirono, io rimasi a Comiso con un peso nel petto. Sapevo che il mio posto non era più lì. Sapevo che dovevo raggiungerli. Sapevo che la mia vita non sarebbe iniziata finché non avessi preso quel treno.
Così un giorno guardai mio padre negli occhi e gli dissi:
“Se non mi lasci andare con loro… scappo di casa.”
Non era una minaccia. Era una verità. Era il mio destino che parlava.
Mio padre rimase in silenzio. Poi cedette. Mi disse che mi avrebbe accompagnato lui, quando i miei fratelli fossero sistemati. Quella frase fu la mia prima vittoria. La promessa che avrebbe cambiato tutto.
⭐ Torino, 1961 — L’anno della svolta
Febbraio 1961. A sedici anni, mio padre mantiene la promessa. Mi accompagna in treno a Torino. Io, il più piccolo, finalmente raggiungo Biagio, Beppe e Aldo.
Quel viaggio è stato la mia nascita vera. Il momento in cui ho lasciato la mia terra, il mio amore e il mio dolore. La mia Comiso che mi aveva cresciuto e trattenuto, amata e sofferta. Il momento in cui ho capito che per crescere bisogna staccarsi, anche quando fa male.
Torino non è stata solo una città. È stata la porta del mondo. La mia vittoria. Il mio inizio.
Torino correva, inventava, produceva. Era la porta della modernità. Mi ha detto:
“Se hai qualcosa da fare, fallo.”
E io l’ho fatto.
Ho iniziato come vetrinista pubblicitario per Unilever, il mio primo vero mestiere creativo. Poi ho fondato la mia azienda di antinfortunistica, che mi ha insegnato tecnica, materiali, sicurezza, precisione.
Da lì è nata la mia identità imprenditoriale: Brother Jeans – BJeans, conosciuta anche come Brader Jeans. Con quel marchio ho portato il denim in una nuova dimensione, inventando il primo jeans in lamé (Lurex) insieme alla G.F.T. di Torino.
Ho realizzato anche la prima tuta usa e getta in TYVEK, prodotta dalla ATEX di Busto Arsizio, durante l’incidente di Seveso del 10 luglio 1976. Un’innovazione che ha cambiato il settore della sicurezza.
⭐ La radio — Il laboratorio delle idee
Negli anni Sessanta ho trovato il mio primo laboratorio creativo: la radio. Libertà, ritmo, improvvisazione. Ho iniziato da Radio Valle Susa, nella mia cantina di Condove. La radio mi ha insegnato che un’idea, se detta nel modo giusto, può arrivare ovunque.
⭐ Pubblicità e comunicazione commerciale
Mi sono formato nella pubblicità e nella comunicazione commerciale. Precisione, sintesi, chiarezza. Ho imparato a costruire messaggi che funzionano, che arrivano, che restano.
Nel 1962/63 ho lavorato anche in RAI Torino, un’esperienza che ha consolidato la mia visione professionale.
⭐ La televisione — L’invenzione che ha cambiato tutto
Il passaggio alla televisione è stato naturale. Ho portato con me la creatività della radio, la disciplina della pubblicità, la narrativa che cresceva giorno dopo giorno.
Ho lavorato con emittenti che hanno fatto la storia: TeleAltomilanese, Antenna 3 Lombardia, Telecupole, TeleEtna, Antenna Sicilia, Teleiblea, Video Mediterraneo.
Sono stato autore, produttore televisivo e precursore delle TV commerciali. Ho inventato la prima televendita al mondo, ad Antenna 3 Lombardia. Un’idea che ha cambiato la comunicazione italiana.
Nel 2000 ho inventato FREEZONE, depositato alla SIAE nel 2002: un’idea televisiva che anticipava YouTube, nato cinque anni dopo.
Ho prodotto centinaia di format televisivi, con personaggi dello spettacolo e dello sport.
⭐ Le persone che hanno segnato il mio percorso
Ho avuto la fortuna di lavorare con figure che hanno costruito la comunicazione italiana: Pippo Baudo, Cino Tortorella, Enzo Tortora, Beppe Recchia, Popi Nocita, Renzo Villa. Professionisti diversi, caratteri diversi, ma tutti capaci di lasciare un segno.
⭐ Giornale di Sicilia e Mario Ciancio
Il Giornale di Sicilia è mio coetaneo. Una battuta che mi accompagna da una vita.
Con il dottor Mario Ciancio ho lavorato davvero. Un editore che ha segnato la comunicazione siciliana. Le sue televisioni di Catania erano un mondo vivo, creativo, pieno di persone che avevano voglia di fare. Da ognuno ho preso qualcosa, e qualcosa ho lasciato.
⭐ I libri — La scrittura come seconda vita
A 70 anni ho pubblicato il mio primo libro. Poi sono arrivati gli altri: Io & Paolo Coelho, I delitti del Santo di Maggio, I delitti del Santo di Maggio 2 – Il nodo, Ca**o! Quell’attimo. Storie di tutti i giorni.
Dicono che scrivo con una drammaticità cinematografica. Io scrivo come vivo: intensamente.
⭐ La famiglia — Il cuore di tutto
Sono sposato con Iolanda, padre di Monica e Alessandra. Dico sempre:
“La paternità è una delle categorie più nobili e difficili dell’esistenza.”
Oggi sono nonno di tre splendidi nipoti: Alice, Chiara, Tommaso. Tre luci che aggiungono colore, energia e futuro alla mia storia.
⭐ Oggi — Il viaggio continua
Continuo a scrivere, progettare, immaginare. Non mi sono mai fermato. E non ho intenzione di farlo adesso.
Questa è la mia storia. Una storia vissuta tutta, senza risparmiarmi. Una storia che continua.
⭐ Post-Scriptum
Vi risparmio la parte più dura della mia vita. Non perché voglia nasconderla, ma perché non voglio appesantire.
Oggi basta un telefono per portare dentro casa tutto il male del pianeta. Ai miei tempi era diverso: anni duri, sì, ma emozionalmente meno pesanti di quelli che viviamo oggi.
Preferisco raccontare la parte che costruisce, che fa crescere, che lascia un sorriso. Prima o poi vi racconterò dalla nascita ai sedici anni. Una parte è già nel mio libro Io & Paolo Coelho. Il resto arriverà quando sarà il momento giusto.